Whiteness in Černobyl racconta il disastro nucleare di Chernobyl attraverso 60 fotografie in bianco e nero di Marco Cortesi.
Chernobyl raccontata nel libro “Whiteness in Černobyl”
“Whiteness in Černobyl” è il libro fotografico di Marco Cortesi dedicato alla zona di alienazione di Chernobyl, il territorio colpito dal disastro nucleare del 1986.
Pubblicato da Crowdbooks, il volume raccoglie 60 fotografie in bianco e nero che documentano luoghi abbandonati, memoria e trasformazione del paesaggio dopo la tragedia nucleare.

Zona di alienazione, Ucraina
Chernobyl tra silenzio, memoria e abbandono
Attraverso un approccio da reportage documentario, Marco Cortesi esplora la città di Pripjat e le aree rurali della zona contaminata, mostrando scuole, ospedali, abitazioni e strutture sportive consumate dal tempo.
Le immagini raccontano anche la vita di alcuni anziani tornati a vivere nell’area nonostante il rischio legato alle radiazioni.

Černobyl, Ucraina
Chernobyl e il bianco e nero come linguaggio visivo
Il bianco domina l’intero progetto fotografico e diventa simbolo della memoria, dell’assenza e del lento ritorno della natura negli spazi abbandonati dall’uomo.
Il reportage fotografico
Il lavoro è stato realizzato con una Leica M Monochrom e un obiettivo Leica Summilux-M 35 f/1.4 durante diversi viaggi compiuti dall’autore nella zona di alienazione tra il 2012 e il 2014.
L’inverno è stato scelto come contesto visivo principale sia per l’atmosfera delle immagini sia perché la neve riduce l’esposizione alla polvere contaminata presente nel terreno.

Lago Yanovsky Zaton. Pripjat, Ucraina
Caratteristiche e specifiche del libro
“Whiteness in Černobyl” è stampato in bicromia su carta Fedrigoni Arena Natural Rough da 140 grammi e presenta una cura editoriale artigianale.
Il volume è disponibile in edizione limitata di 350 copie:
- 264 copie in edizione standard;
- 86 copie speciali firmate e numerate con fotografie fine-art esclusive.
Il libro può essere acquistato attraverso il sito ufficiale del progetto e durante le presentazioni pubbliche.

Pripjat, Ucraina
Chi è Marco Cortesi
Marco Cortesi, nato a Lugano nel 1981, è un fotografo documentarista laureato in Geografia umana all’Università Statale di Milano.
Nel corso della sua carriera ha frequentato corsi e masterclass presso l’International Center of Photography di New York e con fotografi delle agenzie Magnum Photos e VII Photo.
È inoltre fondatore del Festival Internazionale di Fotografia LuganoPhotoDays e dello Swiss Storytelling Photo Grant.

Scuola tecnica professionale n°8. Pripjat, Ucraina
Rassegna stampa
Il progetto “Whiteness in Černobyl” ha ricevuto attenzione da media e riviste internazionali del settore fotografico, tra cui LFI – Leica Fotografie International, Read Frames Magazine e RSI Rete Uno.
Alcune immagini del reportage sono state inoltre inserite nel volume celebrativo “100 Leica Stories” pubblicato per il centenario del marchio Leica.

Pripjat, Ucraina
Prefazione del libro
Testo di Stefano Agustoni, geografo
27 agosto 1859: a Titusville, un piccolo paesino della Pennsylvania, veniva scavato il primo rudimentale pozzo petrolifero della storia da parte dell’inventore statunitense Edwin Drake, che raggiunse una vena a 21 metri di profondità. La trivellazione permise di far uscire un flusso di greggio che forniva 1500 litri al giorno, innescando di lì a poco la febbre dell’oro nero. Questa data, col senno di poi, può ragionevolmente essere presa a simbolo e spartiacque dell’inizio dell’epoca dell’Antropocene, perché forse per la prima volta, tramite questa operazione poi divenuta tanto diffusa e frequente, il tempo profondo, lunghissimo e geologico della Terra (rappresentato dalla formazione e accumulo di riserve di petrolio) si sovrappone al tempo storico dell’umanità, determinato in questo caso dai bisogni di risorse energetiche. Segnerà l’inizio dell’era tecnologica moderna ma pure l’avvio dei più grandi scempi ambientali che connotano la nostra recentissima epoca.
Nel 2000 il chimico atmosferico olandese Paul Crutzen – sulla scorta di alcune intuizioni precedenti ma poi dimenticate – ha ipotizzato la fine dell’Olocene e l’avvento di una nuova epoca geologica battezzata appunto “Antropocene”, proposta apprezzata da molti scienziati, umanisti, artisti. In essa, le attività antropiche rivaleggiano con le grandi forze della natura nel modificare il sistema Terra e lo fanno in un lasso di tempo brevissimo e con lo stesso impatto di forze che la natura ha messo in atto nel corso di milioni di anni. Nel 2019 un gruppo di lavoro incaricato di pronunciarsi sulla legittimità scientifica della designazione formale dell’Antropocene quale nuova unità di tempo geologico, ha scelto la metà del XX secolo quale data più probabile della nascita di questa epoca.
La seconda metà del XX secolo è segnata, fra le altre cose, dall’utilizzo sempre più massiccio dell’energia nucleare, sia in ambito bellico che civile. Tracce stratigrafiche di radionuclidi si trovano oramai – come ulteriore traccia dell’Antropocene – un po’ ovunque nell’ambiente. 26 aprile 1986: a Chernobyl, una piccola cittadina industriale del nord dell’Ucraina, il reattore dell’unità 4 della centrale nucleare esplode, in seguito a gravi errori del personale durante un test di routine, sommati agli errori di progettazione compiuti molti anni prima nella costruzione del reattore. Gli effetti furono devastanti in termini di contaminazione ambientale, poiché le esplosioni fecero scoperchiare la copertura e disperdere nell’atmosfera grandi quantità di vapore contenente particelle radioattive. Furono necessarie due settimane per spegnere parte dell’incendio e avviare la costruzione di una struttura di contenimento, chiamata sarcofago e costata circa un miliardo di dollari, per ricoprire poi il reattore distrutto. Intervennero 600.000 tra vigili del fuoco, medici e militari, detti i “liquidatori”. Le conseguenze sulla popolazione locale furono molto forti nelle prime fasi dell’incidente e durano ancora malgrado i decenni trascorsi.
Questo evento puntuale ma dalle ripercussioni a distanza sia nello spazio (nei successivi 14 giorni la nube radioattiva trasportata dal vento arrivò in tutta Europa, seppure con minor pericolosità) che nel tempo (come detto, ancora oggi sul posto l’ambiente è parzialmente contaminato), potrebbe essere considerato come un ulteriore step nell’epoca antropocenica, segnata dalle enormi proporzioni assunte dai nostri impatti sull’ambiente. Per rapporto alla storia della Terra rimane un lampo, un accadimento repentino eppure forse nessun altro evento come questo è in grado di rendere tangibile la tensione venutasi a creare, in questa epoca, fra le due polarità: quella effimera del tempo storico e quella profonda del tempo della Terra.
In questo caso, il salto ulteriore nelle prerogative dell’Antropocene è stato innescato da una costante fra le possibilità residuali di questa epoca tecno-naturale connotata da incertezza, rischio e minaccia incombente: quella dell’incidente. In senso stretto l’incidente è un evento istantaneo, benché vi siano sempre accadimenti che lo preparano. Non ha presente, è un lampo a ciel sereno di cui si può sapere qualcosa solo a posteriori, sempre che se ne abbia la possibilità e nel caso in questione, vista la particolare situazione geo-politica dell’epoca, il flusso di informazioni stentò a diffondersi e, per assurdo che possa sembrare, si propagò in Occidente più lentamente della stessa nube radioattiva.
L’incidente di Chernobyl può essere considerato anche un esempio di tipping point, in questo caso di tipo sociale. Un tipping point è un punto di snodo e di non ritorno, un accadimento in un processo evolutivo che non è mai lineare bensì avviene a salti stocastici e che interviene in un momento preciso ed è in grado di modificare, perlopiù irreversibilmente, lo stato e il corso delle cose. Dopo questo evento, la percezione comune dell’importanza, del rischio e dei possibili impatti dell’uso civile dell’energia nucleare non è mai più stata la stessa e ha segnato le politiche energetiche di mezzo mondo.
Come sostiene Eva Horn, gli incidenti “sono tangibili solo in quanto eventi passati o futuri”. Nel primo caso sono documentabili e ricostruibili in vari modi mediante strumenti e tecniche specifiche; nel secondo si può valutare la probabilità che si verifichino allo scopo di prevenirli o di attenuarne gli effetti più dannosi. La condizione odierna è segnata dalla costante percezione del rischio, ossia delle probabilità dell’incidente, ma più ancora dalla sensazione e consapevolezza di vivere nella “realtà del dopo”, connotata da “effetti collaterali” in grado di incanalare in tempi umani potenze lente e inerziali. La possibilità di fare ogni cosa comprende la possibilità di capovolgersi nel suo contrario: dopo l’incidente di Chernobyl, questa consapevolezza ha cominciato ad emergere e oggi, nell’epoca della concorrenza delle catastrofi (si pensi all’incombenza del cambiamento climatico), è una delle costanti dell’Antropocene.
L’incidente è sempre in qualche modo immaginato, rappresentato e narrato. Scienza ed arte, ognuna secondo modi e con finalità diverse, simulano l’incidente: la prima con lo scopo di prevenirlo, la seconda per esorcizzarlo. Si toccano nel momento in cui entrambe pongono la possibilità dell’incidente come ineliminabile; si separano o distinguono perché la prima espone la ratio del disastro possibile o effettivo, la seconda perché ne esibisce la fascinazione.
La fotografia, forse più di molte altre, è una modalità artistica che riesce bene in questo scopo. Le fotografie di questo libro, se da un lato incapsulano il tempo storico attraverso il congelamento dell’istante post-incidente, dall’altro è come se liberassero le forze del tempo profondo che abbiamo incastonato in un apparato tecnologico complesso e sofisticato ma non per questo invulnerabile e privo di criticità.
Stefano Agustoni (geografo), ottobre 2023

Laboratorio di idrobiologia. Pripjat, Ucraina

Ufficio postale. Pripjat, Ucraina

Scuola di musica. Pripjat, Ucraina

Zona di alienazione, Chernobyl Ucraina
Il libro è acquistabile all’indirizzo: https://whiteness.ch



















