HomeGeoCrateri sommitali dell’Etna: una macchina del tempo lunga 160 anni

Crateri sommitali dell’Etna: una macchina del tempo lunga 160 anni

I crateri sommitali dell’Etna sono al centro di uno studio che ricostruisce quasi 160 anni di trasformazioni del vulcano. Integrando carte topografiche storiche, fotografie aeree, immagini satellitari e rilievi con droni, i ricercatori hanno misurato l’evoluzione dell’area sommitale dal 1865 al 2024.

La ricerca è stata condotta dall’Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia (INGV) e dall’Università degli Studi di Milano-Bicocca, con il GeoVires Lab. Pubblicato sulla rivista International Journal of Applied Earth Observation and Geoinformation, lo studio propone una “macchina del tempo” fotogrammetrica per confrontare la morfologia del vulcano in epoche diverse.

Crateri sommitali dell’Etna: dalle mappe dell’Ottocento ai droni

Nel 1865, quando l’Istituto Geografico Militare realizzò la carta topografica utilizzata nella ricerca, la sommità dell’Etna era dominata da un unico grande Cratere Centrale.

Da quella rappresentazione storica, il team ha ricostruito le trasformazioni successive attraverso 14 dataset, acquisiti con tecniche e risoluzioni differenti. Alle carte dell’Ottocento si affiancano fotografie aeree, dati satellitari e moderni rilievi da drone ad alta risoluzione.

Il passaggio decisivo è stato riportare tutte le informazioni nello stesso sistema di riferimento. Questa operazione ha reso confrontabili fonti molto diverse, permettendo di misurare i cambiamenti della sommità nel lungo periodo.

Una ricostruzione che tiene conto delle incertezze

Confrontare dati storici e moderni richiede attenzione agli errori di misura. Le differenze tra due rappresentazioni del terreno, infatti, possono dipendere sia dalle trasformazioni del vulcano sia dalla precisione delle fonti.

Come spiega Cristina Proietti, tecnologa dell’INGV e prima autrice dello studio, i ricercatori hanno sviluppato una procedura di co-registrazione, validazione e propagazione statistica degli errori.

Il metodo permette di valutare le incertezze associate ai singoli dataset. Di conseguenza, consente di distinguere le variazioni morfologiche significative dagli errori cartografici e topografici, rendendo più solido il confronto tra epoche differenti.

Crateri sommitali dell’Etna: da un centro a quattro crateri attivi

La ricostruzione documenta il passaggio da una configurazione prevalentemente monocentrica a un sistema articolato in quattro crateri attivi sommitali: Voragine, Bocca Nuova, Cratere di Nord-Est e Cratere di Sud-Est.

I quattro crateri mostrano comportamenti differenti. La Voragine è caratterizzata da una recente crescita costruttiva. La Bocca Nuova e il Cratere di Nord-Est presentano invece cicli di riempimento seguiti da subsidenza, cioè abbassamenti della superficie.

Il Cratere di Sud-Est si distingue per una crescita marcata, accompagnata da una progressiva espansione verso est. Lo studio evidenzia quindi come parti dello stesso sistema sommitale possano seguire evoluzioni morfologiche diverse.

Il legame con la struttura del vulcano

Secondo Emanuela De Beni, ricercatrice dell’INGV e coautrice dello studio, queste evoluzioni risultano coerenti con il complesso assetto strutturale dell’Etna. In particolare, emerge l’influenza delle zone di rift di Nord-Est e Sud.

L’espansione verso est del Cratere di Sud-Est si inserisce inoltre nel contesto della deformazione verso mare del fianco orientale del vulcano, già documentata da ricerche geologiche e geodetiche.

La prospettiva storica consente così di leggere le trasformazioni dei singoli crateri all’interno delle dinamiche più ampie dell’edificio vulcanico.

Cartografia e telerilevamento per studiare altri vulcani

La ricerca mostra il valore dell’integrazione tra cartografia storica, fotogrammetria e telerilevamento. Riunire queste fonti permette di estendere l’osservazione quantitativa a periodi precedenti al monitoraggio strumentale moderno.

Il metodo è inoltre riproducibile e potenzialmente applicabile ad altri vulcani attivi. La disponibilità di dati storici, accompagnata da un’attenta valutazione delle incertezze, può quindi offrire nuove opportunità per ricostruire l’evoluzione morfologica e strutturale dei sistemi vulcanici.

La stampa 3D rende accessibile la storia dell’Etna

Il progetto ha avuto anche una ricaduta nella divulgazione scientifica. I modelli digitali utilizzati nella ricerca sono stati riprodotti mediante stampa 3D, consentendo alle persone non vedenti di esplorare con il tatto la sommità dell’Etna e le sue trasformazioni.

Le ricostruzioni geospaziali diventano così strumenti per rendere accessibili forme e cambiamenti che, nelle rappresentazioni tradizionali, vengono comunicati soprattutto attraverso immagini e mappe.

(Link allo studio)

(Fonte: Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia – INGV)

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