Il GIS è ovunque: alla Conferenza Esri 2026 città, clima e territori vengono raccontati attraverso dati, digital twin e storytelling.
Il GIS è ovunque (anche se non lo vedi)
La domanda più gettonata di questa prima fase della Conferenza Esri Italia 2026 è stata: “Lo vuoi il caffé?”. Complice la primavera, le allergie, i pollini, le lunghe ore di lavoro, le ore piccole dopo la cena di gala, tutti siamo arrivati alla conferenza così: entusiasti, ma esausti.
Per fortuna c’è stata la presenza di Davide Coero Borga che ci ha tenuti vigili, portandoci alla scoperta del GIS: lo strumento per eccellenza del DOVE.
Lo slogan di quest’anno l’abbiamo visto e sentito in ogni dove (letteralmente). GIS: Integrating Everything, Everywhere.
Ma cosa significa davvero? Ci porteremo a casa più domande che risposte, ma questa è la vera magia della geografia: incuriosire. Appassionare. Coinvolgere.
E non c’è niente di meglio che coinvolgere le persone nella scoperta della scienza del dove, per capire meglio il mondo e come funziona.
La sfida più difficile del comunicare il GIS è rendere concreti i concetti che possono apparire più astratti, stimolando l’interlocutore con esempi e metafore del mondo reale. E, come per incanto, ci accorgiamo che il GIS è ovunque.
Non a caso, quando sono saliti sul palco i padroni di casa Esri, Dilma e Marco Mannucci Ratti, la risposta alla domanda di Borga su “Cos’è la Conferenza oggi?” non si è fatta attendere.
La Conferenza non appartiene più soltanto al mondo degli addetti ai lavori. Per lungo tempo è stato un evento tecnologico, ma ora si propone di allargarsi ad un pubblico più ampio. Ed è così che coinvolgendo le istituzioni, gli enti pubblici e le aziende private, la Conferenza diviene un evento culturale. E come lo fa? Raccontando storie reali.
Lo storytelling di quest’anno è stato di un livello superiore: dalle istituzioni agli istituti comprensivi, dai documentari di viaggio ai gemelli digitali delle città; nulla è stato lasciato al caso.
Le città devono conoscere se stesse
Uno dei temi più ricorrenti della plenaria è stato quello della resilienza urbana e della capacità delle città di affrontare crisi sempre più complesse: cambiamenti climatici, obsolescenza delle infrastrutture, consumo di suolo, eventi estremi.
Marco Casini, segretario generale dell’AUBAC (Autorità di bacino distrettuale dell’Appennino centrale), ha ricordato come “ci sia sempre un fiume nelle grandi città”, sottolineando la necessità di costruire sistemi urbani capaci di assorbire gli shock e simulare scenari futuri. In questo contesto, GIS, BIM, intelligenza artificiale e digital twin non vengono più presentati come strumenti separati, ma come parti di un unico ecosistema tecnologico.
La metafora utilizzata è stata particolarmente efficace: oggi le città hanno bisogno di strumenti diagnostici avanzati, proprio come la medicina ha bisogno di TAC e risonanze magnetiche. Le sfide urbane contemporanee, infatti, non possono più essere affrontate con strumenti tradizionali.
Digitalizzare un territorio significa poter simulare il comportamento di un fiume, prevedere i rischi, valutare l’impatto di un argine o di una cassa di espansione prima ancora che il disastro avvenga. Significa passare da una gestione emergenziale a una gestione preventiva.
Il tema è tornato anche nell’intervento di Eugenio Ceglia, direttore generale del comune di Palermo, che ha raccontato il lavoro sul nuovo piano urbanistico generale della città. Palermo, ha ricordato, utilizza ancora un impianto urbanistico nato sessant’anni fa, in un mondo completamente diverso da quello attuale.
“Il gemello digitale è l’unica speranza che abbiamo.”
Non solo uno strumento tecnologico, dunque, ma un supporto concreto alla programmazione pubblica e alla capacità decisionale delle amministrazioni.
I dati da soli non bastano
Un altro filo rosso della giornata è stato quello dell’interoperabilità e della collaborazione tra enti.
Nel confronto tra Silvano Pecora, dirigente delle divisioni III e IV del MASE, e Alessandro Massa, Chief Technology & Innovation Officer in Leonardo, sul progetto SIM dedicato al monitoraggio ambientale, è emersa con forza una questione centrale: il valore del dato dipende dalla capacità di integrarlo, interpretarlo e condividerlo.
Le sfide non sono soltanto tecnologiche, ma anche semantiche e organizzative: raccogliere dati provenienti da migliaia di layer cartografici diversi, renderli interoperabili e trasformarli in strumenti decisionali realmente utili.
La piattaforma GIS, è stato ribadito più volte, produce valore solo quando entra a far parte di un ecosistema più ampio, capace di collegare amministrazioni, competenze e processi.
Lo stesso concetto è emerso nel racconto delle esperienze di AGEA, dove il dato geografico assume significato solo quando diventa conoscenza percepita e utilizzabile dagli utenti.
“Il dato assume valore quando diventa conoscenza”.
Dalle fotografie ad altissima risoluzione delle superfici agricole alla gestione delle reti idriche, il principio rimane lo stesso: non si tratta solo di accumulare informazioni, ma di renderle leggibili, trasparenti e operative.
La narrativa confusa del cambiamento climatico
Tra gli interventi più intensi della giornata, quello della climatologa Paola Mercogliano ha affrontato il tema della comunicazione climatica e della difficoltà di raccontare fenomeni complessi.
L’immagine dell’orso polare isolato sul ghiaccio, ha spiegato, è diventata una scorciatoia narrativa che spesso allontana il problema anziché renderlo vicino. Il cambiamento climatico continua a essere percepito come qualcosa di distante (nel tempo o nello spazio) mentre riguarda già oggi il territorio italiano.
“Non possiamo parlare a tutti nello stesso modo.”
Paola Mercogliano, direttrice CMCC, ha raccontato anche l’esperienza di una lezione tenuta nel carcere di Santa Maria Capua Vetere, sottolineando quanto sia necessario adattare il linguaggio ai diversi pubblici e trasformare la scienza in uno strumento concreto di comprensione e decisione.
Il punto centrale non è soltanto prevedere il clima futuro, ma capire come adattare le città: dove piantare alberi, come ripensare gli spazi urbani, quali interventi prioritari mettere in campo.
La scienza, in questo senso, non offre certezze assolute ma strumenti per ridurre gli alibi dell’inazione.
Il GIS è ovunque: geografia come linguaggio politico e umano
La plenaria ha mostrato anche altre dimensioni della geografia digitale: politica, sociale e culturale.
Dalle story map dedicate all’Europa e a Ventotene ai progetti partecipativi realizzati nelle aree marginali di Tor Bella Monaca, è emersa l’idea che mappare un territorio significhi anche costruire relazioni e appartenenza.
Nel panel dedicato all’Assemblea Parlamentare del Mediterraneo, il presidente Giulio Centemero ha descritto il Mediterraneo come uno spazio di cooperazione possibile anche in un mondo sempre più frammentato. Una piattaforma dove paesi spesso divisi diplomaticamente continuano comunque a dialogare.
Anche il tema dell’acqua è stato affrontato in questa prospettiva:
“Per custodire l’acqua bisogna conoscere il territorio.”
Una frase semplice che riassume bene l’intera giornata: senza conoscenza geografica, senza dati territoriali affidabili e condivisi, non esiste pianificazione efficace.
Il GIS è ovunque: più domande che risposte
Tra digital twin, GIS, cambiamento climatico e governance urbana, la plenaria Esri Italia ha mostrato soprattutto una direzione: integrare dati, territori, istituzioni e persone.
Più che fornire soluzioni definitive, gli interventi hanno restituito la consapevolezza che il futuro delle città e dell’ambiente dipenderà sempre di più dalla capacità di leggere la complessità senza semplificarla.
Forse è proprio questo il punto emerso con maggiore chiarezza durante la giornata: non si può proteggere, amministrare o trasformare un territorio che non si conosce davvero.
Articolo di Chiara Gasbarrone Cramaro


















