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Monitoraggio vulcanico satellitare: l’Etna osservato dallo spazio

Il monitoraggio vulcanico satellitare ha documentato l’attività dell’Etna tra dicembre 2025 e gennaio 2026 grazie ai dati Copernicus e Sentinel-2.

Il ritorno in attività del Cratere Nord-Est

Il 27 dicembre 2025, mentre molti siciliani stavano ancora godendo delle festività natalizie, l’Etna ha deciso di regalarci uno spettacolo che mancava da quasi tre decenni. Il Cratere di Nord-Est, il più antico dei quattro crateri sommitali del vulcano, semi silenzioso con lievi manifestazioni di attività intracraterica e di degassamento dal 1998, è tornato improvvisamente protagonista con due episodi parossistici che hanno illuminato il cielo sopra la Sicilia orientale. Ma c’è stato un testimone particolare di questi eventi: i satelliti del programma Copernicus che, attraverso i loro sofisticati sensori, hanno permesso di seguire l’evoluzione dell’attività eruttiva anche quando le condizioni meteorologiche avrebbero reso difficile l’osservazione da terra.

Monitoraggio vulcanico satellitare: l’evoluzione dell’eruzione

Il 24 dicembre, la Vigilia di Natale, i dati del tremore vulcanico registrati dall’Osservatorio Etneo dell’INGV avevano mostrato una graduale ascesa. Le condizioni meteorologiche non erano ottimali e solo attraverso occasionali squarci nelle nuvole, durante le ore notturne, era possibile constatare che l’attività stromboliana all’interno del Cratere di Nord-Est si stava progressivamente intensificando con l’emissione di un denso pennacchio contenente vapore e modeste quantità di cenere che ricadeva sul versante nord-orientale del vulcano.

monitoraggio vulcanico satellitare

Nei due giorni successivi, la situazione è diventata sempre più dinamica. Non solo il Cratere di Nord-Est, ma anche la Bocca Nuova ha iniziato a produrre esplosioni stromboliane intermittenti con frequenti emissioni di cenere. Durante la notte tra il 26 e il 27 dicembre, in un momento difficile da stabilire a causa della persistente copertura nuvolosa, si è aperta una frattura eruttiva sul fianco orientale della Voragine, da cui ha avuto origine un flusso lavico debolmente alimentato che, dopo aver raggiunto la base dei crateri sommitali, ha iniziato a dirigersi lentamente verso la Valle del Leone.

Monitoraggio vulcanico satellitare: il contributo dei satelliti

Prima di addentrarci nella cronologia degli eventi, è fondamentale comprendere come i satelliti di osservazione della Terra siano riusciti a documentare un’eruzione che, per gran parte del tempo, è stata oscurata dalle nuvole. La chiave risiede nella capacità dei sensori satellitari di “vedere” la Terra non solo nella porzione dello spettro elettromagnetico visibile all’occhio umano, ma anche in altre lunghezze d’onda che ci rivelano informazioni altrimenti inaccessibili. I satelliti Sentinel-2 del programma Copernicus sono equipaggiati con strumenti multispettrali che acquisiscono dati in tredici diverse bande dello spettro elettromagnetico, dalla gamma del visibile fino all’infrarosso termico. Quando osserviamo un’immagine satellitare, ciò che vediamo è quindi il risultato della combinazione di diverse di queste bande, scelte strategicamente per evidenziare specifici fenomeni naturali.

Le immagini in “true color” (colore reale) combinano le bande del rosso, verde e blu, proprio come farebbe l’occhio umano, restituendoci una visione familiare del paesaggio. Sono utili per avere un contesto generale e per identificare elementi come la copertura nuvolosa, la vegetazione e le aree urbanizzate. Tuttavia, quando le nuvole coprono la sommità di un vulcano, queste immagini diventano praticamente inutili per monitorare l’attività eruttiva.

Ed è qui che entrano in gioco le combinazioni in “false color” (falso colore). Utilizzando bande nell’infrarosso vicino e medio, combinate con bande del visibile, possiamo creare immagini dove i diversi elementi del paesaggio assumono colorazioni artificiali che ne evidenziano le caratteristiche fisiche e termiche. Nelle visualizzazioni “false color urban”, ad esempio, la vegetazione appare in tonalità di verde brillante, le aree urbanizzate in bianco-grigio, e soprattutto, le anomalie termiche associate all’attività vulcanica risaltano in tonalità di rosso, giallo e arancione intenso.

Anche l’infrarosso a onda corta (SWIR) può essere  particolarmente prezioso nel monitoraggio vulcanico perché è sensibile alle alte temperature. La lava incandescente, anche quando parzialmente oscurata da gas vulcanici o da una leggera copertura nuvolosa, emette radiazione nell’infrarosso che questi sensori possono rilevare. Le immagini SWIR ci mostrano letteralmente il “calore” del vulcano, permettendoci di identificare flussi lavici attivi, bocche eruttive e anomalie termiche anche quando la visibilità ottica è compromessa.

Il “moisture index” (indice di umidità) è un’altra elaborazione particolarmente utile. Questa visualizzazione sfrutta bande sensibili al contenuto di acqua e vapore per creare mappe dove l’umidità atmosferica e del suolo viene rappresentata con scale cromatiche che vanno dal blu (alta umidità) al rosso (bassa umidità o alte temperature). Durante un’eruzione, le aree interessate da attività termica appaiono come punti brillanti rossi e gialli che spiccano sul blu circostante, permettendo di tracciare l’estensione dei campi lavici e l’evoluzione temporale dell’eruzione.

Immagine Sentinel-2, 27 dicembre 2025, False color urban: evidenzia l’attività termica durante il parossismo e il trabocco lavico.

Il 27 dicembre: il parossismo del Cratere di Nord-Est

La mattina del 27 dicembre, finalmente, le condizioni meteorologiche risultavano migliorate sul versante settentrionale del vulcano. Lì era stato subito evidente che l’attività esplosiva al Cratere di Nord-Est era diventata progressivamente più vigorosa, seppur con frequenti fluttuazioni nella sua intensità. Le immagini satellitari acquisite durante questa fase mostrano in modo spettacolare la potenza del fenomeno. Nelle elaborazioni in falso colore, la sommità dell’Etna appare dominata da una intensa anomalia termica color rosso-arancio, mentre la colonna eruttiva si estende verso ovest come un pennacchio bianco-grigiastro che contrasta nettamente con il territorio circostante. Le bande nell’infrarosso termico rivelano temperature superficiali estremamente elevate in corrispondenza della bocca eruttiva, confermando la presenza di magma fresco a temperature superiori ai mille gradi Celsius.

Una nuova fase: l’apertura della frattura eruttiva

Le immagini satellitari del primo gennaio mostrano una situazione complessa. La copertura nuvolosa, ancora presente, rende difficile l’osservazione in luce visibile, ma le elaborazioni multispettrali rivelano chiaramente la presenza di anomalie termiche multiple: quella del Cratere di Nord-Est, quella del cratere a pozzo sulla Voragine, e una nuova frattura eruttiva apertasi a quota 2100 metri localizzata subito a monte del Monte Simone, alla base della parete nord della Valle del Bove. È proprio in situazioni come questa che il valore dell’osservazione satellitare multispettrale emerge in tutta la sua importanza, permettendo di distinguere e localizzare con precisione diverse sorgenti di attività termica contemporaneamente attive.

Da questa nuova frattura eruttiva, caratterizzata da una debole attività esplosiva e da un basso tasso effusivo medio di circa cinque metri cubi al secondo misurato da dati satellitari, è stata emessa una colata lavica che si è sviluppato poi all’interno della porzione centrale della desertica Valle del Bove. Questa valle, un’ampia depressione a forma di ferro di cavallo sul versante orientale dell’Etna, rappresenta una sorta di “contenitore naturale” per le colate laviche, proteggendo i centri abitati sottostanti.

Le immagini satellitari del 3 gennaio sono particolarmente significative perché documentano grazie alle bande in falso colore il contrasto netto tra la lava e il resto del paesaggio, permettendo di delineare lunghezza della colata e l’area coinvolta.

monitoraggio vulcanico satellitare

Tutto il monitoraggio vulcanico satellitare che ha permesso di seguire in tempo quasi reale l’evoluzione di questa eruzione è stato possibile grazie al programma Copernicus, l’iniziativa di punta dell’Unione Europea per l’osservazione della Terra. Copernicus rappresenta uno dei programmi spaziali più ambiziosi mai realizzati, con l’obiettivo di fornire dati accurati, tempestivi e facilmente accessibili per migliorare la gestione dell’ambiente, comprendere e mitigare gli effetti dei cambiamenti climatici, e garantire la sicurezza civile. Il cuore tecnologico di Copernicus è costituito dalla costellazione di satelliti Sentinel, una flotta di missioni dedicate ciascuna a specifici aspetti dell’osservazione terrestre. I satelliti Sentinel-2, che hanno fornito le immagini utilizzate per documentare l’eruzione dell’Etna, presentano una risoluzione spaziale che varia dai dieci metri per le bande nel visibile e nell’infrarosso vicino, fino ai venti metri per alcune bande nell’infrarosso a onda corta, una precisione più che sufficiente per identificare i flussi lavici, bocche eruttive e anomalie termiche.  I dati acquisiti dai satelliti Sentinel vengono resi disponibili gratuitamente attraverso portali web aperti a scienziati, autorità di protezione civile, sviluppatori di applicazioni e cittadini. Questa politica di “open data” è uno dei pilastri fondamentali di Copernicus e rappresenta una rivoluzione nel modo in cui i dati di osservazione della Terra vengono condivisi e utilizzati. Nel caso del monitoraggio vulcanico, questo significa che i vulcanologi dell’INGV, le autorità regionali di protezione civile, e persino appassionati e divulgatori scientifici possono accedere rapidamente alle stesse immagini satellitari per vedere dallo spazio l’evoluzione di un’eruzione.

Il ritorno in parossismo dopo 28 anni

L’attività dell’Etna tra fine dicembre 2025 e inizio gennaio 2026 segna quindi un momento importante nella storia recente di questo vulcano, con il ritorno in attività parossistica del Cratere di Nord-Est dopo ventotto anni di attività intracraterica. Ma questa eruzione ci ha anche offerto una dimostrazione eloquente di come le moderne tecnologie di osservazione della Terra dallo spazio ed il monitoraggio vulcanico satellitare, abbiano trasformato radicalmente il modo in cui monitoriamo e comprendiamo i fenomeni vulcanici. In passato, un’eruzione accompagnata da una copertura nuvolosa persistente, come quella dei primi giorni di questa sequenza eruttiva, sarebbe stata documentata principalmente attraverso misure indirette, come il tremore vulcanico e occasionali osservazioni da terra negli spazi di visibilità. Oggi, grazie ai sensori multispettrali dei satelliti Sentinel, possiamo letteralmente “vedere attraverso le nuvole”, utilizzando lunghezze d’onda dello spettro elettromagnetico alle quali le nuvole sono trasparenti o semitrasparenti, rivelando l’attività vulcanica sottostante. Questa rappresentazione tridimensionale finale, ottenuta combinando i dati multispettrali di Sentinel-2 con i modelli digitali di elevazione disponibili all’interno della piattaforma Copernicus, ci offre una prospettiva spettacolare dell’eruzione. “Volare” virtualmente sopra l’Etna e osservando come il flusso lavico si snoda lungo le pendici del vulcano, seguendo la topografia naturale del terreno.

Articolo di: Silvia Ilacqua

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